Sabato pomeriggio, di ritorno dal nido…sì, anche di sabato, dicevo, di ritorno dal nido, sono le tre, i bambini sono con il pater familias, la casa è silenziosa, potrei fare tutto quello che non riesco mai a fare, per esempio fiondarmi in vasca con i sali aromatici della Val d’Ultimo, un Romeo y Julieta infilato tra le dita dei piedi e un marsala vergine riserva, oppure dormire, ah, dormire di sabato pomeriggio, in questo periodo, magari dopo il bagno, che meraviglia!
Invece guardo fuori, il tempo tiene, l’orto incolto al circolino degli anziani mi si conficca nel cranio e mi inchioda alle mie responsabilità: lo sai che si lamentano da settimane, vai e fai il tuo dovere. Così prendo gli stivali, mi metto la canottiera da muratore e una volta sul posto, mi armo di vanga e inizio a girare la terra. Arrivano. Con il bianchino in mano. ‘Uè, va che grinta! Dai, brava, un po’ lì a destra. Va bene, ma piano, piaaano, l’orto va fatto piano. Va ragionato’. E ridono. Ma non di me.
Io ho bisogno del lavoro manuale e faticoso per riprendere il controllo. Ma è un dettaglio. ‘Prendi il rastrello, mettila in quadro (la prosa, in dialetto), è un po’ storta…’. Sono sudata da far schifo, sono due ore che vango, inizia a piovere, vado avanti. Arrivano. ‘Dai signorina, vieni che ti offriamo un bianchino spruzzato’. Non me lo faccio ripetere due volte.
La relazione è tutto.

